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Citt di Palermo  

Assessorato al Centro Storico 



Carlo Cottone

(parte prima)

 

Il 30 settembre del 1754 segna la data della natività di un uomo che i patrioti ed i filantropi d' ogni tempo vorranno conoscere: quella di Carlo Cottone, Principe di Castelnuovo.

Unigenito e di nobile prosapia, Carlo Cottone non volle seguire l' indirizzo educativo della propria casta, che risentiva del convenzionalismo aristocratico; e, traendo vita modesta e casalinga, diessi per tempo agli studj letterarj. Giovinetto ancora, mostrò morigeratezza e sobrietà di gran lunga superiori all' età sua; e poi, fatto adulto, diventò prototipo di fierezza e di inflessibilità nella vita pubblica e privata.

La letteratura classica elevò la mente del Principe Castelnuovo nel campo della meditazione, e non fu insensibile ai moti del cuore tentando la poesia.

Il Principe Gaetano Cottone e la Contessa Cedronio, che si tenevano in Palermo col fasto medioevale, educarono, altresì, il figliuolo Carlo alle arti cavalleresche; ma non poterono vincere la sua innata ripugnanza alle mollezze signorili ed alle pompe gentilizie, avverso le quali oppose tale rigidezza, che più tardi si tradusse in assoluta inesorabilità: la nota dominante del suo carattere , per cui divenne proverbiale in Sicilia.

Messe al bando la retorica e la poesia, Carlo Cottone meditò sui libri di Filosofia in voga verso la metà del secolo XVIII; e, per quanto la oscurità dei tempi lo consentisse, attinse alle idee della Riforma, che preludiavano in Francia il trionfo della ragione sul privilegio di casta e sull' oscurantismo teocratico.

La memorabile rivoluzione francese del 1789 fermò nella mente del Principe Castelnuovo la speranza del reggimento della Sicilia a libertà; e le felici iniziative dei Vice-Re Caracciolo e Caramanico, che presentirono i tempi nuovi, lo convinsero dell' attendibilità di un governo liberale. Però, l' opera benefica di tali Statisti, dei quali è cara la ricordanza, dovea riuscire poco duratura. I moti rivoluzionari della Francia aveano messo termine alle velleità innovatrici della Corte di Napoli; e la perfida Maria Carolina d' Austria, imponendosi al Re Ferdinando I con propositi virili superiori a quelli della madre Maria Teresa, avocò a se il governo delle Due Sicilie, né vi fu mezzo iniquo che non tentasse per atrofizzare i germi della libertà. La reggia, le pensioni, i ritrovi licenziosi e perfino le grazie personali furono messi a prova dalla Regina a quello intento nefasto; e fu voce che il veleno troncasse la vita del Vicerè Caramanico il 9 gennaro del 1795, perché l' Acton, di lui indegno successore, ma favorito dalla Regina, spadroneggiasse in Palermo e rendesse possibile la Presidenza rappresentativa dell' Arcivescovo Lopez y Royo, che fu simbolo di oscurantismo e di regresso.

Allora le liberali franchigie dell' Isola furono manomesse per opera della Regina Maria Carolina; e quando il Re Ferdinando I attendeva alla caccia nei suoi splendidi parchi ed ai fatui bagordi sciupandosi nella neghittagine, la moglie cospirava contro i liberali, e i processi e l' esilio e le prigioni sbandarono i pretesi Repubblicani, responsabili di un gravame estraneo alla legislazione del tempo : pro lectura gazectarum cum delectazione !

Questi eccessi, che resero esecrato il nome della Regina Maria Carolina d' Austria in Sicilia, mossero a sdegno l' animo di Carlo Cottone, Principe di Castelnuovo, che nutrì odio implacabile per quella donna fatale, sebbene non potesse osteggiarla, mancandogli il titolo della Rappresentanza legislativa nel Braccio baronale, che non ebbe prima del 1802, indi alla morte del suo genitore.

A quel tempo il Re Ferdinando I, che fu già quarto e terzo in ordine cronologico di discendenza, poltriva nell' ozio, lasciando alla Regina il governo dello Stato. Egli non intendeva punto disagiarsi, né smettere dalle sue gozzoviglie. L' ipocrisia gli era abituale e la non curanza dominava le operazioni tutte della sua vita; d' onde l' agio di Maria Carolina a dominare la Corte ed imporsi sul Re e sui Ministri a man franca.

Il popolo, scandalizzato dal contegno del Re, non ebbe per lui devozione alcuna e lo censurava aspramente, eludendo in tutti i modi i rigori della Polizia.

I genitori del Principe Carlo, volendo temperare l' austerità del suo carattere, lo congiunsero in matrimonio, suo malgrado, con la nobilissima Giuseppina Bonanno dei Duchi di Castellana, che gli sopravvisse per lunghi anni; ma essa gli negò il conforto dei figli, per cui, sdegnando le blandizie della Corte ed il fasto della Baronale rappresentanza, intraprese, solo, un gran viaggio, tenendosi all' estero lungamente. Visitata l' Italia da un capo all' altro, si ridusse in Francia. Nel 1805 l' Ambasciatore di Napoli, Marchese del Gallo, lo presentò a Napoleone I e vi conobbe l' Economista Scrofani ed il celebre poeta estemporaneo Francesco Gianni coi quali venne in dimestichezza. Poscia percorse la Svizzera e l' Inghilterra, frequentando i circoli politici ed i gabinetti degli Statisti, dove ritemprò le sue idee liberali , rese ormai saldissime.

Il Principe Castelnuovo non era un moderno touriste, che sparnazzava il danaro in cerca di conquiste galanti e di fatue emozioni; ma lo Statista che amava far la conoscenza di Arturo Young e di Fellemberg, che visitava gli Stabilimenti scientifici e di beneficenza, che studiava usanze ed abitudini proprie dei popoli di altre regioni per illuminare la propria mente e trarne profitto nell' interesse della sua prediletta Sicilia. E se le spese ingenti allora affrontate, superiori di molto alle sue entrate, ne scossero la finanza, egli seppe colmare il vuoto senza ricorrere ai prestiti, ma rinunziando alla rappresentanza signorile sino a privarsi dei servi e delle carrozze. E quando il di lui suocero, Duca di Castellana, pel del casato, gli offerse i comodi ai quali aveva volontariamente rinunziato, ne fruì per la moglie, declinandoli per suo conto, non amando usare ciò che realmente non gli appartenesse.

Alieno ai ritrovi ed ai passatempi aristocratici, il Principe Castelnuovo, durando le sue ristrettezze finanziarie, accettò la Deputazione delle strade pubbliche, l' Amministrazione dell' Albergo dei Poveri, la Presidenza del Ritiro delle Ree pentite ed altri incarichi gratuiti, che disimpegnò per più anni con grandissimo zelo, lieto di potere spendere l' opera sua a vantaggio di tali instituzioni senza alcuna retribuzione.

Intanto, le condiizioni politiche della Sicilia peggioravano un dì più che l' altro. La plebe, alla quale si erano esagerati al maggior segno gli orrori della rivoluzione francese, cullandola nelle speranze del governo paterno dei Borboni, mal soffrendo le sue misere condizioni, fremeva impaziente. I Baroni, negletti per la prevalenza autoritaria dei Ministri napoletani, affievolivano l' antica devozione alla Corona e, pur temendo gli eccessi dei Giacobini contro il blasone, sospiravano rinsaldare le patrie instituzioni all' ombra della libertà. La classe media, emancipata dal terrore del Sant' Officio e dall' opera nefasta dei Gesuiti, anelava l' esercizio dei proprii diritti e la partecipazione ai pubblici poteri senza restrizioni di casta. In tutti si accentuava il sentimento della indipendenza dal Ministero di Napoli ed il conquisto dell' autonomia.

La Corona, che sino al 1802 esercitava imperio assoluto sulle popolazioni delle Due Sicilie, diveniva uggiosa a tutte le classi della cittadinanza un giorno più che l' altro; e se per mancanza di forze la rivoluzione non osava scalzare il trono dei Borboni, il bisogno di un mutamento che ristabilisse le liberali franchigie in Sicilia era nella coscienza dell' universale.

A quel tempo l' esercito repubblicano di Championnet, conquistando Napoli, costrinse Re Ferdinando ad asilare sul vascello di Nelson con la Regina e la Corte e sbarcare in Palermo. Un uragano scoppiato durante il viaggio uccise loro un figliuolo irreparabilmente.

Lo arrivo inatteso dei Sovrani spodestati, la sventura atroce che li colse nel viaggio e le lagrime della Regina impietosirono il popolo di Palermo, il quale, dimentico delle patite violenze, accolse i profughi umanissimamente, ritemprando nel dolore i sentimenti della affievolita devozione per la Monarchia. Ed il Re, grato alla gentile accoglienza, rivocò il mandato alla Deputazione del Regno di riscuotere coattivamente 60 mila scudi al mese assegnati alla Corona e, sanzionando le ultime deliberazioni del Parlamento, chiamò i principi di Trabia e di Cassaro a coadiuvare il ministro Acton nella difesa dell' Isola dalla temuta invasione dei Francesi.

Ridestatosi il sentimento nazionale, tutto un popolo si inchinò riverente alla Monarchia e provvide le armi e gli armati per salvare la patria dalla invasione straniera.

Durante questa crisi benefica, Carlo Cottone, Principe di Castelnuovo, sedette in Parlamento nel Braccio baronale; e, aggiustando poca fede alle grazie dei Sovrani, fermò il divisamento di assicurare alla patria una nuova Carta costituzionale e l' eguaglianza civile coll' abolizione del feudalismo.

Giammai uomo di Stato assunse soma più ardua e patriottica al cospetto del mondo civile che quella impostasi volontariamente dal Principe Castelnuovo ! Il quale, disponendo di tatto politico finissimo, comprese a tempo che le grazie dei Borboni erano lustre agli occhi del popolo aberrato e che conveniva infrenarne l' arbitrio con un patto giurato, per emanciparlo dalla tirannia e dal servaggio perentoriamente.

Caduta la Repubblica partenopea, le bande guidate dal Cardinal Ruffo fecero eco alla restaurazione dei Borboni ed i Sovrani partirono alla volta di Napoli, dimentichi della ospitalità ricevuta in Sicilia e delle promesse al concorso per la sua redenzione civile e politica. A quel tempo, era il marzo del 1802, il Parlamento siciliano, rispondendo ai voti del popolo, deliberò un donativo di centocinquantamila onze (Lire 1,912,500) per il mantenimento di un Principe del sangue e della sua Corte in Palermo. Senonchè, partiti i Sovrani, il donativo fu riscosso e la pubblica aspettazione, come sempre, defraudata; poiché i Borboni, orribile a dirsi, non si tennero mai obbligati alle loro promesse.

I trionfi del Napoleonide in Ulma ed in Austerlitz ricondussero le aquile francesi in Napoli; d' onde il ritorno dei Borboni in Palermo nel 1806. Ferdinando, affranto per la perdita del Reame di Napoli, diessi alla pesca dei tonni in Sòlanto ed alla caccia alla selvaggina nel bosco della Ficuzza; intanto che la Regina, costituito un Ministero reazionario con Medici, Migliorini e Circello, dominava lo Stato con le male arti di cui era maestra impareggiabile.

Al Parlamento non si ebbe il coraggio di chiedere nuovi donativi, ma la conferma dei precedenti, a qual' uopo la Regina cercò conquistare i Principi Castelnuovo e Belmonte, i quali erano avversi ad ulteriori assegni alla Corona. E quando Medici armeggiava nel Parlamento perché un donativo straordinario di onze trecentomila annue ( L. 3,825,000 ) fosse assegnato ai Reali, Paolo Balsamo, auspici Castelnuovo e Belmonte, opponeva un progetto finanziario di radicali riforme, ispirato a sensi di libertà e di vero progresso. Tratto il dado, la lotta tra i liberali ed i realisti s' impegnò accanita nel campo finanziario; ma il Principe Castelnuovo tenne fermo, resistendo alle seduzioni di Maria Carolina, che non lasciò mezzo intentato per conquistare il funzionario inflessibile.

Divisa com' era la Rappresentanza del Regno in tre Bracci, il demaniale, il militare e l' ecclesiastico, era ben difficile il trionfo delle idee di Balsamo, Belmonte e Castelnuovo; in fatti, il Braccio demaniale votò il chiesto donativo; il militare ne concesse la metà ed il Braccio ecclesiastico, dibattuto tra le minacce e le promesse della Corte, lo votò per intero.

Ma la cupidigia della Corona non avea limiti ; e, malgrado le angustie dei poveri contribuenti, altri due donativi di onze 25 mila all' anno ( L. 316,750 ) furono assegnati l' uno al figlio del Principe ereditario e l' altro alla Regina. In questa congiuntura il Principe Castelnuovo, collegatosi al nipote Principe di Belmonte ed all' illustre Paolo Balsamo, lottò affinchè tali donativi si stanziassero per un anno, meglio che per quattro, onde indurre la Corte all' annuale riconvocazione del Parlamento per averli rinnovati; e quando tale proposta fu respinta, chiese ed ottenne la stampa del rendiconto degli atti del Parlamento per esporli al sindacato pubblico e mettere un freno allo sperpero del danaro dei contribuenti.

A questo punto le ire di Maria Carolina toccarono gli estremi.

Castelnuovo fu radiato dal ruolo dei Baroni elegibili alla Deputazione del Regno e suo nipote Belmonte non venne ammesso in Corte ulteriormente.

Resa difficile la riscossione dei pubblici tributi per le ristrettezze in cui versavano i Comuni della Sicilia, la Corona si appropriò indebitamente i capitali del Banco di Palermo e del Monte di Pietà, sorvolando ai voti della Deputazione del Regno; ed il 14 febbraro del 1811, con tre editti abusivi, avocò a sé i beni della Chiesa e dei Comuni, ne autorizzò la vendita per lotteria ed impose la tassa dell' un per cento su tutti i pagamenti regolati da scritture pubbliche e private.

Non è a dire a parole quanto sdegno suscitassero nell' animo del Principe Castelnuovo gli editti surricordati. Egli indusse il nipote Belmonte a promuovere la sottoscrizione di una protesta da parte dei Baroni verso l' operato dispotico del Re e a renderlo avvertito che da secoli, e senza eccezione per alcuna dinastia, i Rappresentanti della Sicilia, adunati in General Parlamento, aveano provveduto mai sempre, mercè i donativi, ai bisogni dello Stato e che non si riusciva a comprendere come Re Ferdinando si ribellasse a tale usanza. La protesta iniziata dal Principe Castelnuovo raccolse quarantatrè firme di Baroni e suggellò l' antagonismo tra la Corte e l' Aristocrazia siciliana. Essa fu presentata dallo stesso autore ai Deputati del Regno, i quali, smentendo l' indipendenza confermata per tre secoli, cedettero ai voleri del Re e dissero vigliaccamente che i tre editti espoliatori del 14 febbraro 1811 non ledevano i privilegi del paese !

Questo iniquo verdetto abilitò la Corona a tassare di fellonia i quarantatrè Baroni soscrittori della protesta e a tradurre agli arresti il Duca di Angiò e i Principi di Belmonte, di Villafranca, di Aci e di Castelnuovo, i quali nella notte del 19 luglio vennero imbarcati e deportati in quattro isole diverse.

Al Principe Castelnuovo, capoccia dei ribelli, toccò il domicilio peggiore: il forte Santa Caterina dell' Isola di Favignana.

Ivi condusse un di lui domestico affettuosissimo: Pietro Palagano, il solo che si prestasse a seguirlo in prigione; e malgrado fosse da lui assistito con grande amore, ammalò gravemente.

Il nome esacrato dei Sovrani corse sulle labbra di tutti i cittadini; e se lo spettro del Giacobinismo non avesse scongiurato l' agitazione politica, il popolo , ribellandosi alla Monarchia dei Borboni, avrebbe vendicato sommariamente l' onta della deportazione dei cinque Baroni, che furono le vittime del dispotismo di Maria Carolina.

Per buona ventura, dopo due giorni dal loro arresto, giungeva in Palermo Lord Guglielmo Bentinck, Ministro dell' Inghilterra in Sicilia, il quale , edotto delle violenze consumate dalla Corte Borbonica e delle trame ordite dalla Regina Maria Carolina per riaquistare il Reame di Napoli, partì per Londra, invocando nuovi poteri dal suo Governo onde tenere a posto la Corte in Sicilia e salvar l' Isola dalle aggressioni della Francia. Al suo ritorno in Palermo ebbe lungo colloquio con la Regina, alla quale impose perentoriamente i suoi voleri nel nome dell' Inghilterra; e quando essa esitò ad accoglierli, mosse per la Ficuzza alla volta del Re, minacciandolo di occupare militarmente Messina e Milazzo con 14 mila uomini e deportarlo in Londra con Maria Carolina, se non si fosse arreso ai suoi voleri, tra i quali non ultimo quello di esonerare il Ministero reazionario e, facendo grazia ai Baroni deportati, richiamarli al Governo dello Stato. E Re Ferdinando I subì le imposizioni del Ministro inglese, per cui, dichiarandosi infermo, assunse al Vicariato del Regno il Principe ereditario Francesco, sotto la tutela del Ministro Bentinck, onde eseguirne gli ordini. E così i cinque sudditi deportati, i quali, secondo un proclama del Re, ( aveano dato manifesta prova di uno spirito fazioso e di una disposizione a turbare la tranquillità pubblica, ) vennero graziati.

Ecco il Decreto-circolare del Vicario del Regno, che conserva genuinamente la Signora Maria Palagano, vedova Pieri, con cui venne ordinata la escarcerazione dei Baroni deportati :

( Sua Maestà ha comandato che il Principe di Belmonte ed il Principe di Castelnuovo, detenuti in Favignana, il Principe della Petrulla, detenuto in Maretimo, ed il Principe di Aci, detenuto in Ustica, siano messi in libertà; ed il Principe di Villafranca, il quale dalla Pantelleria era passato nella città di Termini, resti in libertà di fare ritorno in Palermo e di andare in qualunque luogo gli piaccia. E questa Real Segreteria di Stato ed alta Polizia nel Real Nome lo partecipa a Vostra Signoria Illustrissima, per sua intelligenza e per l' uso che convenga di sua parte.

Palazzo, 10 gennaro 1812 .)

Il Principe Castelnuovo, malgrado le gravi sofferenze patite per sei mesi nel Castello di Santa Caterina in Favignana, corrucciossi all' annunzio della sua liberazione e, respingendo sdegnosamente la grazia sovrana, da lui non chiesta né sollecitata, ebbe a dettare la solenne protesta : ( Hic vinctus maneo propter patriarum legum custodiam. )

La quale, trascritta nelle mura della prigione e ripetuta poco dopo dai liberali usciti dal carcere, mostrò ancora una volta di che tempra fosse il Principe prelodato.

La liberazione dei cinque Baroni detenuti e la loro assunzione al Ministero operò una reazione salutare. Come ci apprende l' illustre storico Isidoro La Lumia, ( una mutazione istantanea scorgevasi allora per tutto. Infranto di un colpo il giogo pesato più anni colla Regina, coi Ministri e cortigiani di Napoli; la Regina, silenziosa e fremente, confinata a Castelvetrano in solitario ritiro, il Re alla Ficuzza; dei favoriti di prima, Ascoli svelto dalle braccia del vecchio Ferdinando e costretto a partire e recarsi in Sardegna; Medici inviato, col pretesto di una missione, a Londra, altri della stessa risma espulsi egualmente: il popolare dispetto, con ingiurie e dileggi che temevano di quella prima ebrietà, volto a sfogarsi sui più esosi strumenti del dispotismo anteriore. Nella crisi avvenuta si riguardava ben altro che un semplice scambio di individui e di nomi; il Parlamento, che si riunirebbe tra breve, era evidentemente chiamato a ben altro che a votar donativi, limitandosi a chiedere qualche grazia dal Re : la esperienza passata, la maturità del tempo, le condizioni generali di Europa portavano ad un largo rimpasto degli ordini fondamentali del Regno. Sotto gli influssi del Ministero novello le elezioni del Braccio demaniale seguivano così in favore di caldi e conosciuti patrioti; i nobili membri del Braccio militare e del Braccio ecclesiastico venivano adunandosi in Palermo inclinati e disposti non alle novità solamente, ma ai sagrifizii che sarebbero senza meno per incontrarsi dalle classi privilegiate. L' antica capitale dell' Isola sembrava animarsi di un' insolita vita in tanto moto di cose, in tanto ardore degli animi. Il concorso di ciò che la intera Sicilia conteneva di meglio per censo, per cultura, per grado; lo splendore di una Corte; la residenza di ambasciatori e cospicui personaggi stranieri; unitamente al vecchio esercito regio, il quartier generale dell' esercito inglese chiamatovi da Bentinck col fiore dei suoi battaglioni; sventolanti nel molo e nella rada bandiere inglesi, russe, portoghesi, spagnuole; una straordinaria frequenza per le vie, i passeggi, i teatri; un' abbondanza di numerario per l' oro dall' Inghilterra versato, per l' utile spaccio dei naturali prodotti che traeva dall' Isola quando i porti del continente le erano chiusi in gran parte; malgrado una certa penuria che nell' annona lamentava la plebe, e che effetto del cresciuto valore delle derrate, tutti i segni di una prosperità materiale, sventuratamente fittizia, come dovuta a circostanze che potevano da un momento all' altro cangiare; un brio di discorsi in cui, libero da delatori e da sgherri, colla lusinghiera promessa di avvenire più lieto, sembrava espandersi e respirare il paese; colle preoccupazioni politiche i balli, le mascherate, le nuove mode, liberate ancor esse dall' occhio attento di una polizia sospettosa: una di quelle fulgide aurore che sì di rado sorridono ai popoli e non dovrebbero annabbiarsi giammai. )

Intanto il Principe Castelnuovo, coadiuvato da Balsamo, Belmonte e Bentinck, posava le basi della costituzione della Sicilia a libero reggimento e il 19 luglio del 1812, anniversario della sua deportazione, il Parlamento Generale, dopo venti ore di discussione, l' approvò col suo voto. Quella data resterà memorabile nella storia del risorgimento politico della Sicilia, dovuto in gran parte all' opera patriottica di Carlo Cottone, Principe di Castelnuovo.

Nel piano delle riforme politiche e sociali, vagheggiato dal Principe Castelnuovo, era compresa la proposta arditissima dell' abolizione delle primogeniture e dei fedecommessi, che egli avrebbe voluto rimandare n un secondo tempo, predisponendo i Pari ad accettarla. Ma gli impazienti del Braccio demaniale, forti del prestigio del suo autore, la ventilarono nella Camera, obbligando il Principe prelodato a pronunziarsi per la completa abolizione, contro il parere del Principe Belmonte, il quale, dissentendo dalle idee dello zio, sostenne calorosamente la proposta della Parìa ereditaria con adeguato appannaggio.

Impegnata la lotta tra i patrizii Belmonte e Castelnuovo, i loro rispettivi seguaci vennero in aperta ostilità. I Bracci demaniale ed ecclesiastico votarono l' abolizione del fedecommesso; il Braccio baronale la combattè ad oltranza, non già perché i nobili sdegnassero di disporre liberamente dei patrimonj ereditarj, ma più presto per mantenere inalterati i privilegi della propria casta, legati alla primogenitura. E poi la mano baronale mal soffriva di restare disarmata in faccia al dritto comune e perdere i privilegi del mero e misto impero, che facevano del castello feudale un ente inappellabile con poteri sconfinati.

L' elevazione dell' umile vassallo a libero cittadino era un fatto civile e politico ben grave perché i Baroni del tempo lo potessero lasciare inosservato; ma il Principe Castelnuovo, fidente nella santità della causa presa a difendere, trionfò degli ostacoli del Belmonte e dei Baroni e il fedecommesso fu abolito.

Ove si pensi che il Principe Castelnuovo veniva da famiglia eminentemente aristocratica; che era legato in parentela coi nobili più elevati del tempo, a partire dal Principe Belmonte, figlio della Contessa Ventimiglia di lui sorella; che, non avendo prole, era attaccabile dagli avversarj politici, i quali, falsando le sue idee liberali, vollero vedere nella proposta della abolizione della primogenitura lo sfogo di una passione egoistica per mire volgari di popolarità : vi è da sorprendere com' Egli , il Principe Castelnuovo, ribellandosi a tutto ed a tutti, né ascoltando altra voce che quella della propria coscienza, potesse sostenere quella grande riforma civile, che legherà il suo nome immortale alla posterità. Eppure non era da aspettarsi altrimenti da un democratico convinto, che, sprezzando le ire dei Baroni, cancellò perfino il blasone dagli sportelli delle sue vetture per imprimervi l' effigie di Beniamino Francklin.

Per dir tutto, non è a tacere che la rottura nel campo politico fra Castelnuovo e Belmonte fu fatale alle sorti della Sicilia; ma quei due grandi patrizii, sinceramente liberali, aveano qualità personali così differenti, sentire tanto diverso e modi così disparati, che il loro accordio sarebbe stato impossibile ed era inevitabile che vivessero in lotta, come lo furono sempre, finchè quest' ultimo, vinto dall' inesorabilità dello zio e pentito dei propri errori politici, non emigrasse all' estero per rimettervi la vita.

Prima che volgesse un anno, nel maggio del 1813, lo Statuto che provvedeva alla futura indipendenza della Sicilia era già promulgato e l' 8 luglio aprivasi il nuovo Parlamento. Se non chè, la lealtà del Principe Castelnuovo gli suggerì di non ingerirsi nelle elezioni, per cui la Camera dei Comuni accolse uomini d' ogni risma e non tutti devoti al nuovo ordine di cose. Il Principe Belmonte mirò a conquistare i nemici della Costituzione, contro l' avviso dello zio Castelnuovo , il quale credeva che la rettitudine del Ministero fosse mezzo sufficiente a disarmarli ed a costituire una maggioranza costituzionale. Da qui nuova divergenza tra i due patrizii, che si tradusse in aperto antagonismo, con danno delle instituzioni e del paese.

La infingardia della morente Deputazione del Regno, che non provvide a levar le imposte; le diffidenze suscitate dal demagogo Emanuele Rossi; il disaccordo crescente dei Principi ed il trambusto popolare seguìto in Palermo la notte del 18 luglio, resero critica la posizione del Ministero. La Camera dei Pari levossi contro il Principe Castelnuovo, opponendosi a quella dei Comuni intesa ad appoggiarlo; per cui qust' ultimo, immolandosi all' altare della concordia, rassegnò il potere, provocando la caduta del Ministero. Che mai l' avesse fatto ! Era quantodesideravano i retrivi e i demagoghi per attentare al nuovo regime costituzionale della Sicilia, asseguito attraverso ostacoli fortissimi.

Il nuovo ministero brillò per inettitudine e fu raggirato dalla furberia del Marchese Ferreri. Esso riuscì insufficiente alla bisogna ed accentuò le ire dei Deputati, i quali, scissi in Cronici ed Anticronici, secondo che fossero amici o nemici della Costituzione, provocarono gravi scandali, tassando i caduti Ministri con addebiti sanguinosi, estensibili persino al Principe Castelnuovo, che, gratutitamente, lo si volle responsabile del denaro largito all' Inghilterra ( sic !) per ottenere l' intervento armato in Sicilia.

In questo stato di cose Lord Bentinck, reduce dalla campagna nella Catalogna contro i Francesi, riapparve in Palermo per le istanze del Montgomery. La Camera fu riaperta; ma il suo atteggiamento ostile contro il Governo, larvato dal preteso sentimento di resistere alle pressioni del Generale straniero, ne resero impossibile l' esistenza ulteriore, per cui il Parlamento fu prorogato e quindi sciolto definitivamente.

La fiducia illimitata del Bentinck nella persona del Castelnuovo, che arieggiava in tutto il carattere inglese, giustificò il di lui invito a ricomporre il Ministero ed a provvedere alla nomina delle dignità politiche eminenti pe' l governo del paese. Allora i Principi di Fitalia, di Catolica, di Belmonte e Castelnuovo sedettero come consiglieri di Stato; al dicastero degli Esteri fu assunto il Villafranca; Ruggiero Settimo, Ammiraglio valoroso, riprese il portafogli della Guerra ed il Principe di Carini quello dell' Interno e della Giustizia. Gaetano Bonanno, estraneo alle precedentii fazioni, assunse il portafogli della Finanza e lo Stato ebbe la sua legittima Rappresentanza.

Intanto, gli interessi dell' Inghilterra chiamavano Lord Bentinck altrove, ora per trattare col Murat una tregua contro il Napoleonide, ora per guidare nella Toscana i volontarj Siciliani pronti a combattere per la libertà e l' indipendenza italiana; e la sua assenza costituiva un vuoto irreparabile, essendo tutt' altro che di accordo i Principi Belmonte e Castelnuovo, di cui le divergenze rispecchiavano su tutto il meccanismo dello Stato. L' uno, a dire del Palmeri, assoluto nelle sue opinioni, le sosteneva con facondia irresistibile; l' altro, taciturno, incocciava nel dissenso tenacissimamente; e, addolorato degli adulatori del nipote, tanto quanto dell' opera degli indiscreti, che traducevano in piazza le sue divergenze sugli affari di Stato, allontanossi, poco alla volta, dalle sedute consiliari del Ministero col proponimento di abbandonarle perentoriamente.

Intanto i tempi volgevano poco propizj per la causa della libertà. Lord Bentinck, tornato nuovamente in Palermo nel giugno del 1814, si mostrava stanco della sua interferenza per la redenzione della Sicilia, né l' opera sua trovava l' antico appoggio nel Gabinetto inglese.

La Camera dei Pari , lungi di atteggiarsi a moderatrice della Camera dei Comuni, suscitò dissidi e turbolenze continue, che inasprivano gli animi dei governanti a tutto danno del paese. Si cercò un mezzo di conciliazione chiamando nel Ministero taluni membri influenti della Camera dei Pari. Questo provvido temperamento, visto assai bene dal Principe Castelnuovo, da Ruggiero Settimo e dal Principe di Fitalia, fu avversato dai Principi Carini, Villafranca, Catolica e Belmonte, dei quali quest' ultimo, sdegando venire a patti coi dissidenti, propose senz' altro il richiamo del Re per moderare le fazioni. Che mai l' avesse fatto ! Il Principe Castelnuovo, che anelava abbandonare il potere, colse la palla al balzo ed esclamò, adire del Balsamo: ( Il mio affare è fatto: si richiama il Re e torno alla mia vita privata. )

Ed il Re da Sòlanto si restituì baldanzoso e festante in Palermo, preceduto dal demagogo Emanuele Rossi, il quale, precorrendo i tempi, operò in piazza più di quanto il commediografo Vittoriano Sardou attribuisse ai dì nostri al camaleontico Rabagas.

Ferdinando I fece stanza nel parco della Real Favorita, che diventò il teatro della reazione. Dimesso il Ministero liberale, furono rinominati Ferreri, Lucchesi, Gualtieri e Naselli a ricomporlo. Allora gli odj di parte si scatenarono coontro i vinti e le villanie e le satire e le contumelie atroci furono all' ordine del giorno. I Cronici furono vittime delle ire partigiane degli Anticronici che, attaccando Baroni e borghesi, risalirono fino al Principe Vicario, erede presuntivo della Corona, e al Duca di Chartres, primogenito del Duca d' Orleans, allora residente in Palermo.